martedì 11 giugno 2013

Affrettati quindi...

[...] Oppresso dal ricordo delle mie tante sventure, inghiottii il doppio della mia dose consueta, e mi addormentai subito profondamente. Ma il sonno non mi offrì tregua dai pensieri e dalla sofferenza. I miei sogni mi presentarono mille oggetti che mi spaventarono. Verso il mattino fui in preda a una specie di incubo; sentivo la presa del demone sul collo e non potevo liberarmene; gemiti e urla mi rimbombavano nelle orecchie. Mio padre, che vegliava su di me, si accorse della mia agitazione, mi svegliò; intorno c'era lo sciabordio delle onde, sopra c'era il cielo nuvoloso, ma il demone non era qui: un senso di sicurezza, la sensazione che si fosse stabilita una tregua tra l'ora presente e il futuro, inevitabile e sinistro, mi dette quella specie di tranquillo oblio, al quale, per la sua struttura, la mente umana è tanto portata.

...

[...] Mio padre mi aveva sentito spesso, durante la prigionia, fare le stesse asserzioni; quando mi accusavo a questo modo egli a volte pensava che fosse il frutto del delirio e che durante la mia malattia qualche idea di questo tipo si fosse presentata alla convalescenza. Io evitavo di dare spiegazioni e mantenevo un silenzio costante sul mostro che avevo creato. Ero convinto che sarei stato preso per matto, e questo era sufficiente a chiudermi per sempre la bocca. Ma non riuscivo comunque a svelare un segreto che avrebbe riempito di terrore chi mi ascoltava e avrebbe fatto della paura e dell'orrore gli unici ospiti del suo cuore. Controllavo allora il mio impaziente bisogno di essere compreso, e stavo zitto, anche se avrei dato il mondo intero per confidare il segreto fatale.

Frankenstein - Mary Shelley

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